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UNA GIORNATA SU UN EPISODIO BELLICO DEL 1941

L’aereo capovolto a Cefalù,
la storia umana di ex nemici

Erano nemici, furono accolti così bene che ora i familiari vengono da lontano, perfino dalla Nuova Zelanda, per rivivere la memoria a lungo conservata di uno degli episodi bellici più straordinari: l’ammaraggio di tre aerei inglesi e l’atterraggio spettacolare di un altro sulla spiaggia di Cefalù.
Dopo quasi 80 anni quei fatti rivivranno il 13 ottobre in una giornata organizzata dal Comune che servirà a cancellare gli odi e le rivalità della guerra. E sarà un momento in cui la memoria darà una grande lezione di storia e di civiltà.
Era l’11 novembre 1941. Dalla base alleata di Malta quel giorno si levarono in volo cinque “Swordfish” inglesi. Avevano come obiettivo un convoglio di navi italiane che portava rifornimenti e vettovaglie alle truppe in Libia. Ma per una serie di problemi tecnici uno ritornò alla base e gli altri quattro sbagliarono rotta. Anziché dirigersi verso Pantelleria si ritrovarono sulla costa tirrenica. E finirono nel cielo di Cefalù quando il carburante era quasi finito e gli aerei non avevano più alcuna autonomia. I piloti tentarono un ammaraggio. Tre aerei finirono in mare a poche centinaia di metri dalla riva. Cinque degli uomini di equipaggio si salvarono a nuoto e furono catturati in due riprese. L'altro aereo riuscì ad atterrare sulla spiaggia ma, puntando di muso, si capovolse. Il pilota Raymond Warren Taylor e il mitragliere uscirono indenni e furono pure presi prigionieri.
Dopo tanti anni un pilota civile di Cefalù, Luca Lazzara, è riuscito a ricostruire l'episodio a partire dalle foto spettacolari conservate nei cassetti della memoria della famiglia Martino. Lazzara mise in rete la sua ricerca, come un messaggio in una bottiglia lanciata in mare. E grande fu la sua sorpresa quando venne raggiunto da Sally Taylor, proprio la figlia del pilota inglese.
“Una sera, dopo aver guardato un documentario sulla guerra, Sally si era incuriosita e iniziò a cercare informazioni su suo padre. Trovò – racconta Luca Lazzara – un mio messaggio su un sito della Seconda Guerra Mondiale, sul quale nel novembre 2016 avevo lanciato un appello per cercare di mettermi in contatto con i familiari del pilota. Per confermare che si trattasse proprio di lui mi inviò il logbook (libro di bordo) di suo padre, con le annotazioni di quel volo”.
“Nel logbook del pilota – aggiunge Lazzara – si legge chiaramente la data della missione (11 novembre), il nome del suo mitragliere, Robinson, e la nota ‘Uscita di bombardamento. Atterrato costa siciliana, Cefalù'. Ma c’è di più. Attraverso varie email tra me e la famiglia Taylor, ho scoperto che loro padre nacque l’11 novembre 1918, esattamente nel Giorno dell'Armistizio, che segnò la fine della Prima Guerra Mondiale, un evento che ancora oggi viene celebrato nel Regno Unito ogni anno, l'11 novembre, nel Giorno della Rimembranza (Remembrance Day). La missione che terminò a Cefalù avvenne quindi proprio nel giorno del ventitreesimo compleanno di Taylor”.

L’ECO IN NUOVA ZELANDA, LE MOMORIE

Il resto della storia racconta che, terminata la guerra, Taylor ritornò in Inghilterra, si laureò in architettura, emigrò in Nuova Zelanda nel 1952 con moglie e due figli, John e Penny. Successivamente ne ebbe altri due, Sally e Robert. Morì nel 2002. “Non aveva mai parlato apertamente della guerra con la famiglia – prosegue Lazzara – e scelse di non raccontare mai niente di quello che accadde quella notte a Cefalù, quindi si può immaginare l'emozione che hanno provato i figli e i nipoti quando, per la prima volta, hanno visto le foto di quell’aereo capovolto sulla spiaggia e sono venuti a conoscenza di questa storia”.
Lazzara ha mantenuto e coltivato i contatti con i familiari del pilota inglese e da loro ha ricevuto un altro messaggio: “...Come famiglia, siamo in debito con te e siamo grati per il tuo entusiasmo e la determinazione ostinata, Luca, nell’aver voluto scoprire quello che è successo tanti anni fa. Senza i tuoi sforzi, è molto probabile che non ne saremmo mai venuti a conoscenza. Con il tuo lavoro ci hai resi tutti consapevoli di ulteriori dettagli relativi a un evento significativo nella vita di papà, del quale non si parlava spesso, ma di cui ora abbiamo finalmente scoperto di più e possiamo così tramandare anche alle generazioni future”.
Lazzara ha poi recuperato un documento prezioso, la testimonianza scritta prima di morire da Jhonny Fallon, mitragliere e telegrafista di uno degli aerei finiti in mare. È un altro racconto lucido e drammatico, reso più vivido e lieve dall’ironia inglese.
Quando l’aereo di Fallon giunse sopra Cefalù, il pilota si rese conto che il volo finiva lì. “Alla fine ammarammo nel tratto di mare di Cefalù. Il pilota fece un ottimo ammaraggio e riuscimmo ad uscire fuori dall'aereo senza difficoltà. Ma presto ci rendemmo conto che ci stavano sparando addosso. L'aereo iniziò ad andare a fondo, attivando così il gommone di salvataggio che iniziò subito a gonfiarsi ma, proprio mentre stavamo per salirci sopra, fu colpito e iniziò a sgonfiarsi. Fummo fortunati a uscirne vivi ma ora non avevamo altra scelta che nuotare fino alla costa. Arrivammo insieme alla spiaggia aspettando di trovarci di fronte qualche nemico, ma fu tutto tranquillo e non vedemmo nessuno. Attraversammo così la spiaggia, arrampicandoci al buio fino in cima a delle scogliere [quelle del Santa Lucia, ndr] dove poi ci sdraiammo. Fu una giornata molto lunga e intensa e, nonostante avessi la tuta bagnata fradicia, mi addormentai in fretta e ci svegliammo il giorno dopo in pieno giorno”.
Le squadre di ricerche erano sulle loro tracce. Fallon e il pilota cercarono di disperdersi. “Non andammo molto lontano”, scrive nella sua memoria. “Mentre cercavamo di evitare la parete di una grande roccia, ci ritrovammo all'improvviso in un grande spiazzale dove fummo confrontati da un grande numero di truppe che sembravano essere in gruppi di cinque o sei, probabilmente facenti parte delle squadre di ricerca. Quando ci videro rimasero sorpresi quanto noi! E senza possibilità di scampo non ci rimase altro che arrenderci. Non fu usata violenza. Tutto avvenne in maniera abbastanza civile. Fummo perquisiti e poi scortati lungo la ferrovia per circa un chilometro fino a una piccola centralina telefonica. Lungo il tragitto ci trovammo a passare davanti ad alcune case con la gente raccolta davanti alle porte. Era ovvio che la notizia si fosse già sparsa velocemente per il paese, avendo sicuramente udito gli spari durante la notte. Mentre passavamo notai alcune donne che, piangendo, si asciugavano il volto. Dovevano aver pensato che fossi ferito, in quanto il petto sinistro della mia uniforme bagnata era macchiato di rosso e poteva essere scambiato per sangue (a quei tempi gli equipaggi avevano fasce fluorescenti cucite sui loro giubbotti gonfiabili di salvataggio che a contatto con l’acqua emettevano una tintura rossa che solo in seguito diventava gialla). Il sottotenente Campbell a un certo punto mi disse: ‘Sicuramente gli avieri come noi vengono ammazzati in questo Paese’. In realtà sapevo che si sbagliava perché avevamo saputo da poco dell'ufficiale Johnny Jobling e del tenente Manning fatti prigionieri soltanto un mese prima. Quando arrivammo alla centrale telefonica fummo trattenuti sulla soglia, all’interno un’operatrice era impegnata al telefono, molto probabilmente in contatto con la polizia militare. Mentre aspettavamo, arrivarono alcuni giovani che cercarono di fare conversazione con noi, ma i soldati che ci scortavano intervennero per tenerli a distanza. Alla fine arrivarono alcuni carabinieri che ci portarono in una stazione di polizia, dove fummo interrogati per alcune ore prima di essere consegnati all'Aeronautica militare italiana presso il Grand Hotel di Palermo, sotto scorta”.
PRIGIONIERI NELL’HOTEL DI LUSSO
E qui il racconto non manca di sottolineare le condizioni di particolare gentilezza con cui vennero trattati: prigionieri quasi coccolati in un albergo a quattro stelle. “Ci diedero camere da letto separate con un bagno in comune, dove fuori veniva sempre posta una guardia di turno per sorvegliarci. Gli attrezzi per la barba, lo spazzolino da denti, ecc… Tutto a nostra disposizione, perfino un paio di stivali ciascuno, visto che i nostri si erano persi in mare. Il soggiorno qui fu quasi come una vacanza. Camera singola, lenzuola pulite, buon cibo e grandi asciugamani da bagno (fui molto tentato di prendermene uno quando ce ne andammo!). Al mattino ci permettevano di uscire nel giardino sul retro dell'hotel, dove potevamo calciare un pallone da calcio. C'erano alberi di aranci là vicino. Calciando il pallone da quelle parti, spesso riuscivamo a prenderci grosse arance dolci e succose, con le nostre guardie che per questo motivo cercavano sempre di tenerci lontani. All'ora di pranzo venivamo scortati in un grande bar dove potevamo bere un drink, per il quale dovevamo sempre prima firmare. Uno di noi si firmava ‘Iosif Stalin’, e l'altro ‘Winston Churchill’. E così alzando i bicchieri in aria dicevamo in italiano: ‘Paga Churchill!’; con le nostre guardie e il personale del bar che, divertiti, si univano a noi. In serata alcuni avieri italiani venivano nelle nostre camere, inevitabilmente vantandosi delle loro azioni su Malta quel giorno, racconti a cui noi però non sempre credevamo del tutto. Penso che fu il terzo giorno quando gli altri due membri dell'equipaggio arrivarono in hotel, rovinando così il nostro piacevole soggiorno. Il nostro ufficiale capo pattuglia Osborn e il suo osservatore Hunt sembrarono essere molto seri e scostati l'uno dall'altro, ma nessuno dei due diceva cosa non andava. Solo in seguito appresi che Osborn aveva messo in discussione le istruzioni che gli erano state date da Hunt ma gli venne detto di farsi i fatti suoi. La sera seguente fummo tutti invitati al quartier generale della Regia Aeronautica, a banchetto con le più alte cariche dell’Arma. Ricordo che uno dei nostri ufficiali durante la cena disse: ‘Se avessimo saputo che saremmo stati trattati così, saremmo venuti qui prima!’ E tutti scoppiarono a ridere”.
Il racconto si conclude con un senso di gratitudine per il trattamento avuto, così diverso da quello che in generale viene riservato ai nemici. “In generale – scrive Fasson – ricordo con grande piacere che fummo trattati bene dai siciliani, con cortesia e gentilezza. Le cose si fecero più difficili quando fummo deportati al Nord. Ma alla fine riuscii a scappare dal campo di prigionia e fui ospitato da una famiglia di contadini per diversi mesi (dove imparai anche un discreto italiano!) prima del mio rientro in Inghilterra”.
Questa storia, che venne a quel tempo raccontata nella copertina di un settimanale illustrato popolare, è stata in buona parte ricostruita da Nico Marino. Ma ora le testimonianze dirette dei piloti inglesi e dei loro commilitoni la caricano di senso umano e di contenuti emblematici.

UNA GIORNATA CON GLI EREDI DEGLI EX NEMICI

In fondo è quello che si è voluto fare con l’organizzazione della giornata del 13 ottobre. Il programma è molto intenso. La mattina la sala consiliare ospiterà un incontro con i familiari di Taylor e di Fallon: vengono dalla Nuova Zelanda e dall’Inghilterra. Hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo. Saranno una trentina. Porteranno il ricordo di quell'episodio e del trattamento ricevuto, tra brindisi e biancheria fresca di bucato. Interverranno il sindaco Rosario Lapunzina, Luca Lazzara, Giovanni Cristina, Giuseppe Martino, Serge Rajmondi e Gianfranco Purpora. Rajomdi è il promotore della pagina Facebook “Foto storiche di Cefalù” nella quale sono state pubblicati gli scatti conservati dalla famiglia Martino. E Purpora è un professore universitario che ha ritrovato nel mare di Cefalù i tre aerei ammarati e affondati.
Nel pomeriggio sono in programma un’esibizione aerea a cura del Volo club Albatros di Termini Imerese, una traversata in barca dal molo al lungomare e infine la scopertura di un’epigrafe commemorativa.
08.10.2019

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