In Sicilia si chiamano “trazzere”, dal francese dreciere (via diritta) : larghe piste terrose, formatesi per effetto dei periodici spostamenti delle greggi per lo sverno , che attraversano boschi e colline spesso collegando interi paesi o la montagna al mare. Sempre più minacciate dall’inarrestabile avanzata del cemento e del degrado urbanistico-ambientale (malgrado una legge dello Stato che risale addirittura al 1923), queste antichissime strade armentizie sintetizzano efficacemente la fase convulsa che stanno attraversando le nostre istituzioni. Che non sono in un vicolo cieco, come potrebbe sembrare all’apparenza, ma nemmeno su una comoda statale e meno che mai su un’autostrada. Sono su una trazzera, disagevole da percorrere ma senza barriere che costringano il viandante ad arrestare definitivamente il suo cammino.
Non si trovano in un vicolo cieco, le nostre istituzioni repubblicane, perché questo Paese ha dimostrato in diverse occasioni di sapersi districare bene tra vicoli e labirinti anche quando il barometro indica burrasca. Nell’attuale temperie, i rischi che corre la stabilità democratica sono enormi, forse maggiori di quelli che ha corso in passato, ma a mio giudizio la minaccia peggiore che incombe all’orizzonte, più che una deriva balcanica o sudamericana della nostra democrazia, è un suo scadimento a mero ornamento del sistema di potere, ad orpello tanto prezioso quanto inutile, buono solo ad imprimere le stimmate della legalità ad un lobbismo di ceti e interessi volto, a quasi un secolo dalle riforme elettorali di Giolitti, a mandare in soffitta i partiti e a sostituirsi ad essi nella raccolta e nella manipolazione del consenso.
Tutto questo ha però un suo imprescindibile presupposto: il crollo politico di Berlusconi. Con Berlusconi saldamente in sella, infatti, la plutocrazia demagogica e “birbantella” del premier non consentirebbe alle necessità di casta di avere una vita autonoma, dovendo le stesse sottostare ai bisogni e alle urgenze di quel grumo inestricabile di affarismo spiccio, contraffazione informativa, leaderismo plebiscitario e populismo parolaio che formano l’asse portante del Silvio-pensiero.
Ma cosa accadrà dopo, quando Berlusconi dovrà ammainare, volente o nolente, la sua bandiera? Da quindici anni si discute delle conseguenze del berlusconismo sulla fragile (perché tale in fondo si rivela ogni giorno, ad onta dell’età ormai matura della sua Carta fondamentale) democrazia italiana e si ama evocare, solitamente, l’immagine delle macerie. Macerie nei corretti rapporti tra gli organi dello Stato, sull’assetto degli equilibri sociali, sul concetto stesso di “servizio alla collettività” che è insito in ogni pubblica sinecura. Il berlusconismo ha stravolto l’idea stessa che una democrazia rappresentativa si regga sul rispetto delle sfere di competenza di ciascuno dei suoi soggetti istituzionali, introducendovi l’elemento eversivo della consacrazione popolare che tutto concede e tutto avalla all’”unto” premiato dal voto degli elettori.
Da quest’ approccio piratesco alle pubbliche funzioni consegue, come suo naturale corollario, l’imperversare di quel sondaggismo aruspicale tanto caro al premier che pretende di sostituirsi, nell’approvazione delle nuove leggi o nella modifica delle vecchie, ai classici canali istituzionali (il Parlamento, il Capo dello Stato, la Corte costituzionale), elevando gli umori popolari, fossero pure espressione della peggiore “pancia” della nazione, ad unici depositari della conformità democratica o meno dei provvedimenti dell’esecutivo e unici giudici della qualità dell’azione di governo.
Una oclocrazia mediatica, dunque, che apparentemente concede alla generalità dei cittadini il massimo della partecipazione, eliminando ogni diaframma tra l’elettore e il leader, ma che nella realtà delle cose, visto lo strapotere dei mezzi di informazione nelle mani di Berlusconi, è solo lo strumento con cui egli afferma la sua assoluta signoria sulla cosa pubblica, riuscendo a spacciare come votati al pubblico bene atti e comportamenti palesemente grondanti di basso interesse personale.
Questo stile di governo così devastante per la credibilità stessa dell’ordinamento repubblicano probabilmente non sopravviverà a Berlusconi: ciò che invece potrebbe sopravvivere al suo scellerato ventennio è la fine della democrazia liberale in Italia. Le prime e più illustri vittime saranno i partiti politici .I partiti politici non li ha distrutti, infatti, la Tangentopoli degli anni 90, li ha distrutti il berlusconismo, con la sua filosofia del fondatore-padrone. Nei partiti di massa il verticismo è una malattia grave e debilitante quanto l’assemblearismo confusionario, perchè il pensiero unico è un concetto che inaridisce le effervescenze e gli apporti dei singoli tanto quanto la babele della litigiosità correntizia. E il Pdl, il partito di plastica per eccellenza, con i suoi quadri composti per la quasi totalità di ossequienti yesmen, incarna alla perfezione il paradosso di un agglomerato politico che pretende di fare a meno dei politici, benché al contagio non sfuggano nemmeno alcuni partiti d’opposizione, nati dall’oggi al domani e tenuti in vita dall’unico collante del socio-promotore.
Saranno così tutti i partiti del futuro? Scatole vuote riempite solo dalla personalità (o dal denaro) del capo? Non credo, perché in giro scarseggia fortunatamente la materia prima, ossia i leaders in grado di mettere in piedi e gestire con pugno di ferro realtà complesse come possono essere i movimenti politici di massa. Ciò che può accadere, invece, è un ritorno alle camarille elettorali post-unitarie, ossia a gruppi di pressione elitari senza precise colorazioni ideologiche che sposano la candidatura di qualcuno e la sostengono con mezzi più o meno leciti al solo scopo di destinare alla guida del Paese individui molto sensibili alle loro istanze. Una delegittimazione del suffragio universale che ci farebbe precipitare nell’ipogeo di un passato lontano e che relegherebbe la democrazia al ruolo ancillare di comodo paravento dei nuovi Pisistrato, abili demagoghi destrosinistri in grado di curare le faccende della conventicola conservando al contempo il gradimento delle classi popolari. Non nuovi Berlusconi, si badi bene, ma qualcosa forse di ben peggiore, perché Berlusconi l’amico del popolo l’ha fatto solo a chiacchere, guardandosi bene dal tradurre in realtà concreta le mille balle blu della sua propaganda, mentre i Pisistrato del futuro (o i Chavez dietro l’angolo di cui parla Bersani ) probabilmente non cadranno nell’errore dell’eterna promessa mai mantenuta. Con la conseguenza che un pugno di ceci distribuito al momento giusto potrà comprare la dignità di un intero popolo. Il quale peraltro, historia docet, è uso svendersela anche per meno.