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mercoledì, 04 agosto 2010 ore 6:12
acqua geraci
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25.07.2010
Valeria Gentile
Bisogna emigrare, me ne voglio andare, provo a partire, vado a vivere all’estero. Quante volte ho sentito queste frasi ultimamente, talmente tante che non so più chi andrà dove e a fare cosa. Persone valide che andranno a mancare tra le già deboli file dei cervelli italiani in Italia, per immergersi in un’avventura straordinaria fatta di maggiori scoperte e soddisfazioni, più diritti e nostalgie. Me lo chiedo tutti i giorni, vado o resto, ma la mia risposta non cambia mai: se tutto andasse bene qui partirei per gioco, per scommessa, per passione o per professione. Ma se la società intera di un Paese è allo sbando, se il passato e il futuro di una civiltà in tutta la sua grandezza viene inghiottita dal suo stesso vile presente, non le si può voltare le spalle, non si deve scappare. Si deve restare per sistemare le cose, prima. O almeno provarci, con qualche goccia di sudore e un piccolo sforzo. Un po’ come andare al cinema solo dopo aver spento l’incendio che divampa dentro casa, anziché cogliere l’occasione per lasciarla bruciare del tutto. Già: casa. Il punto è tutto qui, non si tratta di patriottismo né di finto buonismo. Chiamatelo puro egoismo, se vi pare. L’Italia è roba mia, non di quei signori dai visi lucidati con sogghigni e promesse, né di chi è suddito della sua stessa ignoranza. È roba nostra, non di Cosa Nostra. Ci hanno insegnato che la politica è corruzione per definizione, è arraffare e rubare, divincolarsi e poi sparire, in un ciclo continuo e infinito di mani luride di potere. Ma se torno indietro con la memoria e scavo a fondo nella coscienza, io so che la politica è ben altro. Politica è interesse profondo, impegno, partecipazione. Politica è non scappare davanti ai problemi. Politica è restare, per sé e per gli altri. Ma non restare a guardare, no: lottare. La verità è che nessuno ha più voglia di interessarsi, impegnarsi, partecipare. E allora come mai guardando le immagini dei greci in rivolta ad Atene, un po’ di stima l’abbiamo provata? Come pesci in una grande vasca subacquea che se ne stanno calmi ad ammirare la forza e la lucentezza dei pesci liberi attorno, nel mare. Liberi di lottare, sì, ma anche liberi di morire. A conti fatti, la vigliaccheria che gli italiani stanno dimostrando a loro stessi sarà paura di morire? In una videocrazia, dove regna l’apparenza, tutto ciò che è profondo e interno, tutto ciò che produce coscienza e memoria non regge: il confronto con il trucco, la pettinatura, la chirurgia, la carta di credito, gli abiti firmati, la fama – le armi, persino – è troppo per chi contrappone valore, costantemente ridicolizzato poiché temuto. In una videocrazia, dove se non ti vedo non esisti, se non risulti non vali, se non ti fai notare, se non sei appariscente, non conti, è difficile lottare con armi invisibili. In una videocrazia, dove se non compari non sei, se non emergi non meriti, è difficile restare veri, in carne e ossa, genuini. È difficile, ma non impossibile. Basta ricordarsi una semplice verità: tutto questo, le coste, le montagne, i palazzi, le piazze, gli eroi della giustizia e della libertà, i geni della letteratura e dell’arte, gli eroi, sì gli eroi veri, quelli della bellezza e della verità, tutto questo, il pane e il sole, le città e le campagne, tutto questo è nostro. Tocca a noi difenderlo.
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