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MOSTRA A CEFALÙ

Lo “spazio” di Giuseppe Forte
tra colori e armonie di luce

Le armonie, le luci, le nostalgie di Giuseppe Forte compongono un orizzonte artistico che si rinnova da 50 anni. E per festeggiare il lungo viaggio nell’arte Forte propone una mostra ospitata dal 18 al 30 giugno all’Ottagono di Santa Caterina. Inaugurazione oggi alle 19. La presenta una critica d’eccezione, Angela Diana Di Francesca, in una nota scritta prima della sua scomparsa.


di Angela Diana Di Francesca

Nella storia della civiltà umana sempre alla attività del “negotium”, che presiede alle occupazioni pratiche, si intreccia per vie sotterranee il percorso affascinante dell’ “otium”, l’esigenza di perseguire ciò che non attiene all’utilità immediata ma risponde a una domanda di ricerca intellettuale, alle esigenze psicologiche più profonde dell’individuo, collocandosi nel suo spazio interiore.
È questo lo “spazio” dell’artista.
Da 50 anni Giuseppe Forte traccia con sicurezza e passione un suo percorso personale e poliedrico, ricco di stimoli e suggestioni, che marca con la sua specificità una presenza forte nel nostro contesto artistico.
La cifra estetica di Giuseppe Forte è un moderno figurativo quasi onirico, che parte dalla realtà trasfigurandola, impregnando le immagini di segni, una ricerca artistica che spazia dalla pittura fiammeggiante di un acceso cromatismo mediterraneo alla tentazione del polo opposto, il tratto rigoroso e severo della “china”.
Certamente la sicilianità domina nell’opera di Forte, che la propone e la rivendica, come ci mostrano i suoi codici espressivi, i colori, i frutti, i vicoli, i paesaggi, la scelta di soggetti della tradizione e del mito, il richiamo al carretto siciliano, l’uso in chiave etnografica di materiali particolari legati al mondo della tradizione e del lavoro come base per la sua pittura (i fondi delle botti).
Ma è, la sua, una sicilianità che non si pone come punto d’arrivo, ma piuttosto come chiave che apre molteplici porte, facendosi segno di una speciale visione della vita, del duplice disvelamento di una realtà che contiene l’energia vitale e il destino dei vinti, la gioia e il male di vivere.
Archetipi della rappresentazione sono lo spazio geografico, il paesaggio, e le persone, le azioni, i sentimenti.
L’apparente semplicità della dimensione paesaggistica ci accoglie e ci sfida con vicoli e stradine e cortili, luoghi di ieri e di sempre percorsi da un’eco di solitudine, campagne edeniche dove regnano il vento e il colore.
Rappresentazione della natura senza interferenze: gli esseri umani non violano il segreto di questi luoghi, presenti solo tramite le tracce del loro passaggio, della loro esistenza- i panni stesi ad asciugare, le piante nei cortili e sui balconi.
Il paese - Cefalù soprattutto è il territorio privilegiato dell’artista - si svela e si nega nel gioco dei rimandi temporali e psicologici, è memoria dell’ieri, o ri-creazione nell’immaginario di emozioni perdute nella lunga avanzata del progresso e della storia, ma che l’arte riesce ancora a captare e a salvare.
La figura umana negata nel paesaggio campeggia incontrastata nei ritratti, nei soggetti religiosi, nelle scene di lavoro, dove solo qualche dettaglio paesaggistico è presente, ma protagonisti sono i visi, gli sguardi.
Serenità e angoscia, dolcezza e dolore, questi gli estremi tra i quali si sviluppa la fine introspezione psicologica dell’artista nei confronti dei soggetti.
Così nei soggetti sacri, intrisi di tenera dolcezza nelle Madonne col Bambino, di pietas e sofferenza nelle scene della Passione, nelle rappresentazioni del Cristo.
E nei quadri sulla “condizione umana” le figure, plasticamente immerse in un “altrove” fisico e mentale, oppresse da una sofferenza quasi tangibile, raccontano fin nella postura la loro condizione drammatica, come nella rappresentazione poetica di T. S. Eliot in “Assassinio nella Cattedrale”: “Anche con la schiena piegata sotto la fatica / il ginocchio piegato sotto il peccato / la testa piegata sotto il timore / le mani sul volto sotto il dolore”.
Un aspetto interessante e originale della pittura di Giuseppe Forte è quello delle “nature morte”, termine italiano inadeguato rispetto all’inglese “still life”, che appare ancora più inadeguato se accostato alle figure di questo artista.
Gli stili di Forte sono costruiti secondo un gioco prospettico tridimensionale, con un avvicendarsi di volumi dove oggetti e figure irrompono in primo piano nell’ottica di chi guarda, per digradare col piano successivo concludendo con uno sfondo che si dilata nel paesaggio, nella natura, nel mare.
Forme e figure che spesso non sono quelle classiche della “natura morta”, ma un enigmatico accostamento di vasi, frutti, sculture, a volte con richiami a Magritte, accostamento che dà l’idea del rebus, una soluzione da scoprire, da indovinare.
Eugene Delacroix afferma che l’arte “è un ponte tra l’animo dell’artista e quello dello spettatore”. Attraversando il ponte del vasto caleidoscopio costituito dall’opera di Giuseppe Forte, diventiamo partecipi di avventure spirituali, di armoniose nostalgie, di miti ancestrali, mistiche contemplazioni, suggestioni cromatiche, visioni di sogno e di memoria, dello splendore e della solitudine del Sud.
I meravigliosi 50 anni d’arte di Giuseppe Forte sono un cammino insieme umile e ardito verso la più intensa delle forme di comunicazione, verso l’incontro con la creatività, con la bellezza.
Nell’arte, ogni tela è una tela di Penelope che non necessita di essere distrutta per permanere infinita.
Come dice l’artista stesso, “c’è sempre qualcosa da sperimentare, da imparare. E’ come salire una scala che non ha mai termine, un’ascesa che non si conclude mai”.
17.06.2014
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