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17.06.2011
Riccardo Gervasi
Riccardo Gervasi
Il consigliere Coco, dunque, non lascia lo scranno che occupa nel Municipio normanno. Continuerà a sedere sui banchi della sala delle Capriate perché – come ha fatto sapere il segretario del Comune Bonomo – la condanna inflittagli per voto di scambio non è superiore ai 6 mesi di reclusione.
Il consigliere Coco – un imprenditore cefaludese che ad oggi, da quando siede sulla poltrona di consigliere comunale, non ha dato alcun contributo di crescita alla politica locale – è stato eletto in una lista civica che sosteneva nella primavera del 2007 il candidato sindaco Pippo Guercio, uno stimato medico cefaludese , eletto poi sindaco a primo turno senza ballottaggio per soli 34 voti di differenza.
Coco, che per l’accusa avrebbe pagato 50 euro a voto, è stato condannato in via definitiva, con sentenza passata in giudicato perché la corte di Cassazione ha confermato la condanna inflittagli già dalla corte di Appello avverso la quale lo stesso imprenditore, prestato alla politica chissà perché(?), aveva fatto ricorso. Ma la legge è chiara: quando si viene condannati ad una pena detentiva inferiore ai 6 mesi, il consiglio comunale non è legittimato ad avviare alcuna procedura per la destituzione del medesimo consigliere.
Dura lex sed lex, dicevano i padri del diritto. Ma è pur vero – e nessuno può smentire l’assunto – che se il consigliere Coco è salvo sotto l’aspetto giuridico, non lo è sotto quello etico. Infatti, come potrebbe presentarsi in un’aula consiliare per dire la propria chi è venuto meno a quello stesso diritto al quale il medesimo consigliere ed imprenditore adesso potrebbe appigliarsi per rimanere nella carica che continua a ricoprire nonostante tutto?
Delle due l’una: o il costruttore e consigliere Coco lascia in disparte il diritto, ma in tal caso dovrebbe affidarsi unicamente alla deontologia, ossia a quella pubblica etica – che è l’etica della responsabilità – che ne richiederebbe le dimissioni dalla carica consiliare che ricopre, oppure si attiene alla legge ed ammette la propria colpevolezza – peraltro accertata in giudizio – ma in questo caso si riproporrebbe la questione etica intesa, quest’altra volta, sia in termini di responsabilità che di convinzione.
In ogni caso sarebbe opportuno che il consigliere Coco rassegnasse le proprie dimissioni dalla carica istituzionale alla luce, soprattutto, di una campagna elettorale adombrata da un verdetto giudiziario già accertato e passato in giudicato.
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