Chiariamo subito un equivoco: non è che l’alternativa del privato nella gestione dei servizi pubblici nazionali ormai affascini poco per preconcetto ideologico. Questo preconcetto non ha mai raccolto vasti consensi nell’opinione pubblica ,fatta eccezione per rare voci isolate (tra cui quella di chi scrive). Anzi, nel recente passato casomai è stato tutto un coro di voci favorevoli. Tra l’altro si dimentica troppo spesso, parlando di queste cose, che da oltre un ventennio in Europa e in Italia la gran parte degli elettori vota per una sinistra socialdemocratica o per una destra liberista che su tali argomenti hanno sempre mostrato divergenze di vedute piuttosto sottili, essendo entrambe bendisposte all’apertura al mercato e alla liberalizzazione delle public utilities.
Il punto è un altro e non lo vogliono proprio capire quelli che si ostinano a gridare al ritorno dei dinosauri: è l’esperienza negativa maturata in tanti anni l’elemento che sta incidendo fortemente sui mutati umori dei cittadini italiani. Si è iniziato con la benzina e le tariffe RCA ,promettendo concorrenza spietata e abbassamento dei costi, e sappiamo tutti com’è andata a finire. Le ferrovie privatizzate da carrozzone pubblico inefficiente si sono trasformate in uno squalo vorace (e bifronte, perché ridiventa pubblico ogni volta che deve battere cassa) che investe solo dove gli conviene, esternalizza con la massima disinvoltura e a costi elevati attività che prima espletava il personale interno, continua a far camminare i treni a passo di lumaca nelle aree dove non ha interesse a migliorare il servizio e assume con procedure che definire misteriose, da setta iniziatica, è far torto ai Beati Paoli: domanda su internet all’agenzia incaricata, nessuna ricevuta, nessuna risposta, nessuna garanzia di imparzialità e corretta valutazione dei titoli. Lo può fare perché, per il reclutamento dei propri operatori, agisce in regime di codice civile e non ha alcun obbligo di bandire un regolare concorso; tuttavia, poiché una quota di partecipazione pubblica è rimasta, non sarebbe male che i governi chiedessero ai vertici di Trenitalia l’adozione di protocolli improntati a una maggiore trasparenza.
Se ci spostiamo poi sul fronte di servizi locali come rifiuti e acqua, l’unico effetto delle tanto decantate liberalizzazioni che i cittadini hanno potuto toccare con mano in questi anni è stato l’aumento spaventoso delle bollette. I ventisette ambiti territoriali ottimali creati in Sicilia dalla generosità tutta democristiana dell’ex presidente Cuffaro, ad esempio, costano alla collettività cifre spropositate, la gran parte delle quali servono a foraggiare un esercito di consiglieri d’amministrazione, consulenti e revisori dei conti pagati con stipendi che sfiorano i centomila euro annui . Per non parlare delle assunzioni allegre di centinaia e centinaia di dipendenti , quasi tutti parenti di o amici di. Ovvio che tutto ciò si traduca poi in fatture bollenti che giustamente gli utenti si rifiutano talvolta di pagare, anche perché molti di questi ATO il loro mestiere lo fanno piuttosto male e basta farsi un giro per le città dell’isola, tra i cumuli d’immondizia che orpellano lo scenario urbano, per rendersene conto. Né la situazione migliora se ci spostiamo in altre realtà regionali.
Sull’acqua si è già scritto e detto in abbondanza e non sarebbe il caso di ripetersi. Vent’anni di “privatizzazione” e di tariffe salate per compensare gli investimenti promessi (e mai attuati) dai soggetti privati subentrati alla gestione comunale hanno soltanto generato malcontento e rabbia tra gli utenti, con importi spesso gonfiati e non rispondenti ai reali consumi. Non è vero poi, ed è stato dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, che la rete idrica italiana nel suo complesso sia un colabrodo: è questa una leggenda metropolitana dura a morire, artatamente propalata per diffamare la gestione pubblica. Le perdite e lo sciupio ci sono, è vero, ma avvengono per lo più al di fuori delle condotte e non sono di certo scemati con l’arrivo delle società al posto dei funzionari comunali , poiché i privati si guardano bene (ovviamente) dall’avviare campagne tese a far diminuire il consumo d’acqua pro capite. Meno metri cubi consumati significano meno introiti e nessuna società degna di questo nome si impegnerà mai a promuovere un qualcosa che possa far scendere i propri guadagni. Ciliegina sulla torta, la legge Ronchi- ossia quella oggetto dei quesiti referendari- ora vorrebbe obbligare i comuni che ancora non l’abbiano fatto a cedere manu militari i propri acquedotti all’imprenditoria privata e non ci vuole una laurea al MIT per capire che questa sarebbe una vera e propria svendita fallimentare, stante che l’obbligo di legge comporterebbe inevitabilmente un forte calo del prezzo iniziale di cessione di impianti pagati a suo tempo fior di quattrini dai contribuenti italiani.
Quel che si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio per mitigare gli effetti perversi della privatizzazione sui beni e servizi pubblici lo sanno anche i fanciulli dell’asilo: autorità statali di controllo dotate di poteri molto intrusivi in materia di tariffe e qualità delle prestazioni. Autorità che in effetti sono state create, e pure a iosa, ma che hanno fallito miseramente il loro compito, eccetto forse solo quella sull’energia, che infatti ha una competenza sulla determinazione dei prezzi che le altre non hanno. Mentre le altre hanno fallito perché è stata vaga e lasca in partenza la definizione delle loro prerogative e del loro ambito d’intervento, il che ha condotto inevitabilmente alla immediata metamorfosi delle stesse in ulteriori, inutili e ben remunerate aree di parcheggio per politici e amici di politici.
Il cenno alle sedicenti autorità di garanzia permette inoltre di aprire una finestra sui rapporti da sempre poco chiari tra la politica e i gestori privati dei servizi pubblici. Chi avversa il referendum afferma, tra le altre cose, che la scelta in fondo sarà tra l’asserita rapacità e brama di profitto dell’impresa e l’inefficienza, lo sperpero, il clientelismo dei poteri locali. Come dire: guardate che non cambierà nulla e che le bollette eventualmente più basse le pagherete con un nuovo assalto alla diligenza dell’ erario.
Le cose non stanno esattamente in questi termini: se molte gestioni comunali o regionali si sono rivelate in passato solo una appetitosa greppia per arraffare denaro pubblico e regalare posti e poltrone, l’ingresso del privato non ha per nulla ridotto gli spazi di ingerenza della politica, anzi. E’ la politica che pilota le gare, che stringe patti scellerati con le aziende per assicurarsi la sua compartecipazione agli utili e che impone loro la presenza dei propri famigli e liberti . Si è venuta a determinare, in definitiva, l’alleanza di due predatori e non la sostituzione del secondo al primo.
Tutto questo oggi è ben chiaro ai cittadini, dai quali non si può pretendere il suicidio finanziario solo perché “ce lo chiede l’Europa”, come ammonisce la Marcegaglia. La stessa Europa, tra l’altro, dove alcune importanti nazioni su questi temi hanno fatto marcia indietro, vedasi l’Inghilterra sulle ferrovie e la Germania o la Francia proprio sul servizio idrico. A meno che ci siano davvero due Europe (come si mormora da sempre), anche se nessuno finora ha avuto il coraggio di ammetterlo in maniera esplicita: un’Europa che detta le regole agli altri ma poi si regola come meglio crede in casa propria e un’Europa che deve supinamente seguire le indicazioni della prima. Peccato non ci sia allora una terza Europa: quella che su certe problematiche particolarmente sensibili della vita consociativa rispetta la volontà popolare, quale che essa sia, consapevole che se una soluzione va bene per qualcuno dei suoi Stati membri non è affatto detto vada bene anche per gli altri.