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Natale Giunta
IL PROCESSO PER ESTORSIONE ALLO CHEF

Pizzo a Giunta, rivolta in aula
dei parenti degli imputati

Grida, proteste, imprecazioni. E una mezza rivolta dei parenti degli imputati. È stata un’udienza drammatica quella che si è svolta oggi in tribunale per il tentativo di estorsione ai danni dello chef termitano Natale Giunta, reso famoso dalla partecipazione alla “prova del cuoco” di Antonella Clerici.
Al termine del dibattimento i parenti di Giovanni Rao e di Maurizio Lucchese hanno protestato violentemente contro quello che hanno chiamato un “processo-farsa”. Le urla dei familiari sono scoppiate appena il giudice ha rinviato il processo al 27 febbraio per la requisitoria e le arringhe difensive. Sono subito partiti insulti nei confronti del collegio, del pm, di Natale Giunta e degli avvocati di Addiopizzo.
Lo chef e l'associazione starebbero cercando, secondo i parenti degli imputati, “pubblicità e soldi”. Il figlio di Giovanni Rao, Vincenzo, disabile dopo un incidente, ha prima preso a pugni le porte dell'aula e poi si è gettato a terra. Qualcuno ha fatto volare una delle panche di legno del tribunale, mentre la figlia di Rao è svenuta. Così è scoppiata una rissa con i carabinieri che hanno cercato di riportare la calma.
“Se mio padre – ha urlato Vincenzo Rao nei corridoi del tribunale – avesse fatto qualcosa dovrebbe allora pagare, ma non ha fatto niente Ci ha fatto segno, prima di uscire dell'aula, che si vuole uccidere. È innocente, vuole uscire. Si vede che il giudice è prevenuto, la prova sulle celle intercettate dal suo telefono non è stata accettata. La legge non è uguale per tutti, è uguale solo per loro. Giunta ha detto bugie perché aveva molti debiti e voleva farsi una reputazione”.
Vincenzo e la madre ribadiscono di non avere bisogno dei soldi delle estorsioni. "Che bisogno dovevamo avere dei duemila euro di Giunta? Io ho preso un milione di euro dall'assicurazione per il mio incidente. Glieli do io i soldi a Giunta... Vogliamo che venga a galla la verità. Chiediamo a Giunta, che mio padre non aveva mai visto, di farsi venire uno scrupolo di coscienza. Sta rovinando la nostra famiglia".
Vincenzo è stato poi portato in ospedale per un malore. Hanno protestato a lungo anche i parenti di Lucchese, che oggi durante il confronto con Giunta ha ribadito la sua innocenza. "Giunta - ha detto la moglie Anna Puccio - è un falso mi può denunciare se vuole, io continuerò a dirlo fino alla fine, fino alla morte. Quello che hanno fatto oggi non è stato un confronto reale, è stata l'ennesima buffonata. Questo cuoco ci ha rovinato le famiglie, si è fatto i soldi, si è fatto pubblicità, mentre noi abbiamo dovuto chiudere l'autonoleggio perché da noi non viene più nessuno. E poi questi di Addiopizzo? Noi pure siamo 'addiopizzo', siamo onesti, non abbiamo fatto niente".
Secondo il pm Caterina Malagoli, Lucchese e Rao avrebbero chiesto il pizzo all'imprenditore assieme ad altre tre persone che hanno scelto il giudizio con il rito abbreviato. Giunta ha raccontato di aver visto Lucchese in via Siracusa nel 2012. “Mentre andavo all'Asp - ha detto lo chef - ho parcheggiato la macchina in via Siracusa e sono stato fermato da Lucchese. Mi ha chiesto di incontrarmi con i suoi amici che mi volevano parlare. Ho detto vediamoci nell'ufficio e invece lui voleva incontrarmi fuori". Opposta la versione di Lucchese, titolare di un autonoleggio e per questo conoscente di Giunta, che dice di non averlo incontrato in via Siracusa quella mattina. "Non so - ha detto - che cosa vuole combinare con me. Non c'entro niente in questa storia. Ci rispettiamo perché mi hai dato tante confidenze". E poi, rivolgendosi a Giunta, Lucchese ha proseguito: "Perché ti stai accanendo con me? Tra noi passava una buona amicizia, tu mi hai raccontato i tuoi problemi".
Anche l'altro imputato, Giovanni Rao, si è protestato innocente. Il giudice ha rigettato la richiesta di svolgere accertamenti sulle celle telefoniche intercettate dal cellulare del suo cliente per capire se Rao si trovasse negli uffici di Giunta quel giorno. "Come devo fare – si è chiesto – per provare la mia innocenza? Ho parlato del telefonino perché lo avevo sempre appresso, si può vedere dove ero il 2 marzo. Io sono sicuro al 100 per cento che non ero da Giunta quel giorno. Sono dieci mesi che soffro, non ce la faccio più, la notte non dormo. Dieci mesi sono come dieci anni. Non avevo bisogno di questi soldi. Questa è la prima volta che vedo il signor Giunta. Di questo reato non so niente".
07.02.2014
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