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venerdì, 19 agosto 2022 ore 12:34
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Eliodoro Sollima, Giovanni Perriera e Salvatore Cicero

Sottile, il mio ricordo
di un maestro gentile

Questo è di Salvatore Cicero il ricordo commosso di Antonio Sottile, musicista di Isnello e allievo dello stesso Cicero ai tempi dell’esperienza dei Giovani cameristi. Con quell’orchestra, composta da studenti del Conservatorio, Sottile aveva fatto il suo esordio come pianista a 14 anni. Il testo è ripreso da Facebook.



di ANTONIO SOTTILE

Sono quarant'anni, da quel mattino. Da quell' oscuro mare d'agosto che traeva a sé per sempre l'azzurro dei suoi occhi, maestro. Quegli occhi, da quel giorno, negati, rubati sì, a noi, ma che intridevano i giorni e il destino già di leggenda dolce, d'una memoria nuova, provata e riscritta dal dolore. Lei è stato un grande, tra i maestri. D'una grandezza feconda, immersa nel cuore di chiunque l'ascoltasse, o le stesse accanto, o si accostasse alla manna fruttuosa, ricolma dei suoi insegnamenti.
Anche l'ultimo tra i suoi allievi non saprebbe venir meno al racconto e alle ragioni del perché di queste sue proprie, preziose entità raggiunte; pervase dall' arte in leggiadria e in umiltà alle azioni, ai gesti, resi tali nel nome della musica. Così che ogni sua cosa, maestro, finisse nell'approdarci in risultanza lieta, da apparire semplice, perfetta.
Era il nostro idolo, a teatro. Fin dal suo primo giungere, alle sere dei concerti. Fin dal sedere nel suo posto di spalla, in orchestra; e averne sobrietà, di quello spazio. E da quell'essere al servizio dei suoni, renderne conto, al pubblico accanto, senza mai pienezza di sé; nutrendo quegli attimi, come un cibo di primordiale essenza, da spartire. Con una sola esile, veniale concessione, tuttavia, a sé stesso: quel piegare minimo e lieve, di capo, di labbra alla propria donna, verso una precisa poltrona delle file, con l'archetto fluttuante nell'aria, nel più tenero e leggero degli inchini…
I suoi ragazzi. I suoi Giovani Cameristi, poi. Quale intuito o idea di tanta sublime elezione! Quale rivolta culturale nel dar vita, per la prima volta, nella storia dei Conservatori, a una compagine stabile, organica, che si rivolgesse agli alunni delle scuole e là si andasse, a recare la gioia dell'essere insieme. Là si suonasse, tra il carro felice della giovinezza, in contrappunto, maestro, al suo dirigere mai greve o a mani basse, là a disegnare volute o arabeschi in ricamo ad amore e dedizione.
E, oltre a ciò, il sapere in lei, di un lavoro sorto non ad assoldare o a raccogliere elementi e individui, qui o lì, come oggi quasi sempre accade, ma con il modesto e fiero intento di forgiare, plasmare, una ad una, le scarne anime di ognuno, a mostrare strade possibili, in luce all'avvenire. Quanti tour, quanti nomi di luoghi, come grani nel tempo di un rosario felice.
Ci ritornano poi le sere del suo Trio, con Sollima e Perriera. Un miracolo di spiriti, di anime diverse. Un convertirsi, gli uni, al cuore degli altri, in cangianti dosi di misura, di pensiero, di passione.
L'assurgere, voi, a condottieri di spade e alabardi, all'elevarsi d'una frase o divenirne al contempo servitori quieti, a un mutare di essa, vestirne, di questo teatro sonoro i panni rilucenti, o le poche vesti, uniti, insieme; dentro a una umanità musicale, a un ugualità creativa da porre come esempio per il vivere.
Né il Duo con Piernarciso Masi abbiamo serbato tra le dimenticanze; d'un camerismo caldo, pervadente, dove l'accademia esecutiva, riscendeva nei suoi alveoli secondi per lasciar privilegiare i percorsi espressivi, i momenti di luce: il bisogno di specchiarsi di ricercarsi altre sfere di intesa, di chiarezza, così che nulla dimorasse tra il sapore del consueto.
I concerti con Sara Patera, in un tangere di fattezze da mirare, lui e lei: lievi, pregnanti, leggiadri, come le stesse scene di dipinti sui cembali, là, a immaginarne storie, disperse tra i colori. Più di tutto, maestro, è la stregante voce dei suoi assoli ad averci dato brezza, in questi anni. Gli assoli di Tzigane, Sherazade, e d'altri. D'avventure, amori, deserti.
Il violino, la sua musica. Per sé, per noi.
Come un muovere ondoso d' ulivi, nel tramonto, fino al posarsi dell'aria sulla rena. I suoi assoli. D'averli sentiti sempre a fianco, nel tempo, come compagni a combattere il silenzio. A dar consolo ai mattini a dar prigione alle solitudini. I suoi assoli. Da quel nascere, da quel nudo sfregarsi di crini sulle corde, verso un desio di sola voce.
Quante cose, maestro, di certo perdute, di lei, da quarant'anni, oltre all'azzurro dei suoi occhi. A partire dallo stremo di suo padre, di sua madre, immane quanto il mare accanto alla sua casa. Altre, invece, ci sono rimaste.
Le parole, l'agire di una donna, la sua Angela Maria, dei suoi figli, Valeria e Maurizio, dei suoi cari, con Nunziella, in litania fervida, sommessa, tra la vita spesa, su lei, maestro, a cantarne il nome.
Quell'amata sua città, Cefalù, il luogo eletto che non l'ha mai dimenticata. Il tributo perenne di chi ha conosciuto la sua arte. La gratitudine, qui, per aver dato alla nostra vita, un senso e un fine.
03.08.2022

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