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martedì, 07 dicembre 2021 ore 12:08
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Elezioni rinviate, meglio
tornare alle Province

Con il solito voto segreto e la contrarietà del governo regionale, il parlamento siciliano ha deciso di rinviare nuovamente l’elezione di secondo grado degli organi delle ex Province. Questo ennesimo rinvio avvalora la mia idea, espressa già due mesi fa: quella di annullare questa legge sciagurata che ha distrutto le province regionali in Sicilia e di tornare alla legge regionale 9/1986, modificata e adeguata alle esigenze dei nostri tempi. Verrebbe ridato cosìall’intero corpo elettorale il potere di eleggere il presidente, la giunta e i consigli provinciali. Non è possibile che nessuno rifletta sul fatto che è questo il vero motivo che ha provocato i tanti rinvii di queste “maledette” elezioni di secondo grado e del degrado nel quale sono cadute quelle che erano le istituzioni di area che meglio funzionavano in Sicilia.
Vorrei ricordare che sono trascorsi ormai sette anni da quando l’Ars ha varato la legge 15/2015 attraverso la quale, in buona sostanza, ha soppresso le Province regionali in Sicilia, istituendo i Liberi consorzi dei comuni e le Città metropolitane: da allora questi nuovi enti di area vasta sono stati gestiti da svariati commissari straordinari, nominati dai presidenti Crocetta e Musumeci. Solo da un paio d’anni, nelle sole tre province metropolitane, la gestione è passata ai sindaci di Palermo, Catania e Messina, con effetti che non hanno per nulla risolto i problemi gestionali delle città metropolitane. Quando una legge è sbagliata non funziona, chiunque sia il soggetto chiamato ad amministrarla.
I nuovi enti individuati dal legislatore nel 2015 non hanno assolto per nulla ai compiti delle ex Province regionali, le strade provinciali sono diventate quasi tutte impraticabili, gli istituti scolastici di competenza provinciale sono abbandonati e i dirigenti scolastici spesso non sanno come fare per risolvere i problemi di manutenzione e gestione degli edifici da loro utilizzati. I nove uffici tecnici delle ex Province, che erano un fiore all’occhiello, sono stati distrutti e oggi non sono più in grado di svolgere l’attività che fino a pochi anni fa disimpegnavano con prestigio ed efficienza.
A livello sovracomunale, le politiche di programmazione territoriale per la realizzazione di infrastrutture, la tutela dell’ambiente e la gestione dei servizi, ai quali prima provvedevano le Province, sono entrate nel marasma e nella confusione più assoluta. Oggi non si capisce bene chi ne abbia la competenza. Assistiamo ancora al proliferare di Aziende, Consorzi, Società, Agenzie di Sviluppo locale eccetera, che si costituiscono con lo scopo nobile di gestire servizi, programmare e realizzare infrastrutture, sviluppare il turismo e tanto altro ancora.
Tutti questi organismi non vengono gestiti in regime pubblicistico, nonostante siano composti per lo più dai Comuni, ma in regime privatistico, regolato dal Codice civile. Tale regime non obbliga questi organismi pubblico/privati di applicare le stringenti regole sulla trasparenza e sui controlli ai quali sono sottoposti gli enti pubblici, per cui in molti casi le gestioni risultano opache e discutibili. Peraltro, quasi tutti hanno fallito nel compito di risultare più efficienti, efficaci ed economici rispetto alla pubblica amministrazione e hanno quasi del tutto fallito l’obbiettivo di coinvolgere i privati nell’assunzione di responsabilità e nel loro coinvolgimento nella gestione.
A questa confusione istituzionale e di competenze ritengo sia giunto il momento di mettere ordine. Occorre avere il coraggio di ripensare al ritorno alle Province regionali e all’elezione diretta dei loro rappresentanti da parte degli elettori, riprendere la legge regionale 9/1986 e aggiornarla alle odierne esigenze, applicando la parte del decentramento delle competenze della Regione ai Comuni e alle Province e trasferendo loro, di conseguenza, le risorse umane e finanziare per consentirne la gestione. Se si va a rileggere quella legge era tutto previsto ma il legislatore regionale ha ritenuto di non tenerne conto per non cedere parti di poteri propri che, peraltro, non vengono adeguatamente gestite.
Una riforma così importante ridisegnerebbe l’assetto di tutte le competenze e avvicinerebbe i centri decisionali ai cittadini. Gli amministratori locali, che sono il vero Front-office di prima istanza, verrebbero aiutati meglio a svolgere il loro ruolo determinante per affrontare e risolvere le istanze locali provenienti dalla comunità che amministrano. Non vedo per quale motivo si debba ancora continuare a mantenere un sistema di potere che funziona male e che allontana sempre più i cittadini dalle istituzioni che finiscono con il considerare tutte le classi dirigenti politiche e amministrative quali loro nemici e unici responsabili del mancato sviluppo della loro terra, che provoca malessere e disoccupazione.
Oggi il clima di unità nazionale che si sta creando con la nascita del Governo Draghi dovrebbe contagiare anche la politica siciliana che deve mettere mano ai ritardi accumulati nel varo di riforme come questa che ormai non sono più rinviabili. Le regole si scrivono insieme, come ci hanno insegnato i padri della nostra Repubblica, perché devono valere per tutti i partiti e le coalizioni che si alternano nel governo delle istituzioni. Quindi è necessaria un’assunzione di responsabilità collettiva.
11.02.2021
Franco Scancarello

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