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01.01.2020
Giuseppe Marciante *
Giuseppe Marciante *
Carissimi,
in questi giorni di festa è vivo, bello e forte il mio ricordo per i tanti giovani e le diverse famiglie che per lavoro sono state costrette ad abbandonare i paesi del nostro territorio, della nostra e vostra Chiesa di Cefalù. Per un “pezzo di pane” che vi garantisca vita e futuro avete lasciato tutto. Con lucido coraggio avete vissuto e continuate a vivere l’esperienza dello sradicamento e del trapianto in ambienti nuovi e diversi. Vivete esperienze che sicuramente danno “luce” ai vostri sogni, per molti meritata e gratificante realizzazione di anni di studio. Sono certo che queste fughe quasi obbligate hanno comportato anche lacrime amare.
Avete lasciato affetti: genitori talvolta avanti negli anni e bisognosi della vostra presenza; amici leali con i quali fin dall’infanzia si era cresciuti insieme; luoghi a voi cari che hanno dato volto e identità all’appartenenza a una comunità, alla vostra comunità, con la sua storia, le sue tradizioni, il suo cammino di fede. Il sapere che numerosissimi siete ritornati per stare con le vostre famiglie e celebrare le feste natalizie tra le mura delle parrocchie che vi hanno generato e cresciuto mi ha veramente commosso.
Il mio ricordo vuole raggiungere con lo stesso affetto anche quanti sono stati impossibilitati a “scendere giù”. Qualcuno è stato impedito dai prezzi da capogiro dei biglietti aerei, soprattutto per chi dal Nord si sposta verso Sud. Strategie alle quali faccio enorme fatica a dare delle risposte ma che non possiamo tollerare nel silenzio. Per questo vostro ritorno “a casa”, sento il bisogno di ringraziarvi. È un attestato bellissimo di amore per la nostra terra. Ci consegna in modo eloquente la costellazione dei valori che abita nei vostri cuori e nelle vostre coscienze.
È una testimonianza di affetto, di gratitudine, di fede. Un bisogno di comunione non virtuale, fatta non di video, foto e messaggi che, attraverso i tanti social network, riescono a demolire distanze e a tenere connesse “le arterie” dei nostri affetti. Voi tutti per me siete come i rami di un albero che cercano e vogliono restare uniti alle loro radici. Voi, amati figli di questa terra, siete i nostri rami. Quelli verdi. Quelli che daranno frutti abbondanti. Con il vostro ritorno, fatto di giorni che voleranno via come lo sbattere d’ali di una farfalla, “gridate” il bisogno di una comunione reale, di un’unità che si riappropria, che parte da quelle “radici” che né lo scorrere degli anni, né la rabbia e l’amarezza di essere stati “spediti” altrove, può azzerare.
Sappiate bene che il vostro “grido” è anche il nostro. Qualche parroco mi ha contagiato la gioia vissuta nel rivedere per la Veglia del santo Natale i suoi giovani, gli sposi degli ultimi anni con i loro bambini. È come se un tocco di primavera con i suoi colori e profumi avesse accarezzato le nostre assemblee liturgiche. La vostra presenza ha tolto dalle nostre bocche parole di tristezza, di rassegnazione. Voi ci invitate a dialogare con la storia, con il presente, a non rimanere immobili.
Perdonateci se non siamo stati capaci di offrirvi prospettive di futuro. Perdonate anche la vostra Chiesa se non è riuscita ad avere un passo più veloce: quello della profezia. Forse siamo stati un po’ troppo spettatori di fronte alla desertificazione dei nostri comuni. La Chiesa, come madre, deve anche sentire il peso della sua colpa. Le nostre parrocchie devono diventare sempre più centri propulsori di vita evangelica, centri di elaborazione culturale e di impegno sociale: laboratori della Speranza. Permettetemi di lanciare un appello diretto a voi giovani, a voi nuove famiglie che formate l’esercito degli emigrati. Aiutateci, adesso, voi che avete vissuto sulla vostra pelle la Via Crucis dell’esodo, a trovare vie e soluzioni che riescano a offrire prospettive di futuro per le nuove generazioni. Parlateci di voi, delle vostre esperienze di lavoro, dell’humus di cui bisogna nutrirsi per far germogliare semi spendibili sul terreno del nostro territorio e renderlo ancora più fertile. Aiutateci a trovare e a utilizzare gli “insetticidi” più potenti per far morire le diverse forme di “zizzania” che rappresentano le alternative o il rifugio alla mancanza di lavoro: la ragnatela del gioco d’azzardo e il “vagabondaggio” in rete. Aiutateci a saper leggere e a individuare le metastasi che soffocano i sogni di quanti ancora restano nei nostri paesi. Additateci dinamiche che aprano le porte a progetti onesti, puliti, nobili. Fatevi nostre guide nell’indicarci la sapiente corsia del dialogo, del confronto con imprese, cooperative, istituzioni, scuole di formazione capaci di frenare l’emorragia del nostro capitale umano, delle nostre intelligenze, dei nostri talenti. In questi ultimi mesi, nella nostra isola, sono sorti dei movimenti che testimoniano il categorico rifiuto di ogni possibile forma, anche non voluta, di inerzia, di passività, di rassegnazione che potrebbe trasformare a breve le nostre comunità in silenziosi cimiteri.
A Palermo è sorto il movimento delle “Valigie di cartone”, come non citare quello degli studenti “Si resti, arrinesci” che, qualche giorno fa a Petralia Soprana, ha organizzato una fiaccolata per togliere il guinzaglio all’arresto di progetti che potrebbero valorizzare e sfruttare le risorse naturali, culturali e umane che ci circondano. “Addumamu i luci” pare sia il biglietto di presentazione di questi nostri cari studenti. Si tratta di scintille di speranza.
Condivido con voi la bruciante testimonianza di un giovane delle Madonie che, dopo aver conseguito due lauree, ha lasciato la nostra isola. È una lettera che custodisco gelosamente. L’ho avuta tra le mani pochi giorni dopo il mio ingresso a Cefalù come vostro Vescovo. Non va commentata. Ci interroga. “Quando studiavo, sia al liceo che all’università, mi piaceva pensare – e ne ero certo – che avrei messo a disposizione della mia gente e della mia terra di Sicilia le mie competenze. Gioivo all’idea che nella mia terra sarei cresciuto come uomo e cittadino e che in Sicilia sarebbero probabilmente vissuti i miei figli e i figli dei miei figli. Oggi mi trovo in una terra in cui mai avrei pensato di vivere, una terra senza il mare, ma circondata dal bianco delle montagne, in cui c’è un diverso accento, in cui non vedo i volti rassicuranti che ben conosco, ma in cui ho trovato ospitalità e in cui mi sono realizzato professionalmente. Mi rattristo quando penso a come vedo la Sicilia oggi: è diventata per me solo la terra delle vacanze, del passato. Perché del passato? Perché senza lavoro non può esserci futuro. Per nessuno! È la terra in cui ancora oggi contemplo tutti i sacrifici dei miei genitori, quei sacrifici di cui io, da figlio non potrò godere, o forse godrò un giorno quando ormai, vecchio e stanco, sarò nell’ultima fase della mia vita. Ma allora potrò dare ben poco a questa terra che amo. Le migliori energie saranno state spese lontano”.
A questa lettera, finora, non ho dato risposta. Oggi, dopo aver pregato e riflettuto a lungo, penso di poter avanzare una proposta che, solo grazie a voi, potrà diventare concreta. Mi piacerebbe incontrarvi tutti, possibilmente durante il periodo estivo, per poter dare inizio a un cammino sinodale e solidale che ci veda coinvolti, vicini gli uni agli altri, per annullare le distanze geografiche che ci separano e diventare i protagonisti di una feconda condivisione di idee, proposte e riflessioni capaci di far rifiorire questo nostro amato angolo di Sicilia. Iniziamo un dialogo. I sogni ci aiutano sempre a farci camminare. Se si sogna in tanti, anche se il cammino è lungo e talvolta insidioso, la meta non appare più irraggiungibile ma incredibilmente vicina!
Auguro a voi tutti un nuovo anno all’insegna della Speranza del rientro per chi è lontano e della consapevolezza, per chi vive ancora nelle nostre comunità, che questa nostra terra può diventare sempre più madre accogliente.
Vi benedico
* Vescovo di Cefalù
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