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La storia continua oltre gli Altavilla

Quando, il 23 aprile del 2017, è stata inaugurata la Biblioteca comunale, ci siamo posti l’obiettivo di fare in modo che questa istituzione, oltre a offrire uno spazio fisico sempre più accogliente e funzionale (la nostra è una biblioteca anche fisicamente in fieri), divenisse polo culturale attrattivo e di promozione di iniziative di spessore sempre maggiore. Credo che il convegno su Ruggero II costituisca una tappa importante di quella mission da noi individuata come prioritaria all’inizio del nostro insediamento. Di presentazione in presentazione, di conferenza in conferenza, di evento in evento, in poco più di due anni abbiamo non solo organizzato, in sinergia con l’assessorato alla cultura di Cefalù, uno spazio fruibile per lo studio, la consultazione e il prestito dei libri (e ancora molto c’è da fare); ma abbiamo anche contribuito ad arricchire l’offerta culturale pubblica del nostro Comune.
[…] Non voglio entrare nel merito dei temi e degli argomenti di questo convegno internazionale, la cui ricchezza di contenuti è resa manifesta dal numero e dalla qualità degli interventi, dalla durata del congresso e dall’autorevolezza dei relatori; voglio però sottolineare l’importanza di un evento, alla luce dell’approccio pluridisciplinare all’argomento prescelto dal comitato scientifico per questo primo appuntamento: Ruggero II, il suo regno, la sua città d’elezione. Nei prossimi anni si parlerà d’altro: lo dico anche per rassicurare quanti pensano che il Centro studi Ruggero II si occuperà solo degli Altavilla e dei Normanni. Si parlava di pluridisciplinarità: sono sicuro che gli storici, gli archeologi, gli storici dell’arte qui convenuti, le relazioni che con noi condivideranno e la passione con cui ci metteranno a parte delle loro ricerche saranno la dimostrazione più chiara di quanto Georges Duby, e non solo lui in verità, scriveva in quella bella autobiografia intellettuale dal titolo “La storia continua”. Egli diceva che “lo storico non deve rinchiudersi nel suo buco, ma seguire attentamente ciò che succede nelle discipline vicine”. E che “condurre una ricerca con tutto il rigore richiesto non obbliga, al momento della divulgazione dei risultati dell’indagine, a scrivere con freddezza, che lo studioso assolve tanto meglio la sua funzione se risulta gradito a coloro che lo leggono, se li avvince e li appassiona con le attrattive del suo stile”. Basta scorrere i titoli delle relazioni che vengono presentate per rendersi conto, a mio avviso, che questo convegno non si propone soltanto di lumeggiare, approfondendola, la figura di Ruggero II da più prospettive d’indagine; ma aspira, proprio per la ricchezza di tali prospettive, a contribuire a una storia della “mentalità” del periodo preso in esame, per utilizzare un termine tanto caro a Lucien Febvre. In questi giorni, ho riletto un volumetto di saggi di Johan Huizinga, tradotto in Italia con il titolo “La scienza storica”. Ricordavo, di quel libro, la condanna di ogni antistoricismo “scalmanato” che apoditticamente negasse ogni valore alla Storia; ricordavo le frasi: “La storia è sempre un dar forma al passato, […] è sempre un cogliere un senso nel passato, dandone un’interpretazione”; è “un rendersi conto”.
[…] Con la Cefalù normanna vorrei chiudere con gli stralci di alcune delle pagine più belle, ma non tra le più conosciute, dedicate alla nostra città: sono di John Julius Norwick, autore, tra le altre sue cose, de “I normanni del Sud” e “Il regno del sole”, due volumi certo divulgativi del cui valore, in termini storiografici, non voglio dire niente. Pagine che colpiscono per l’ammirazione incondizionata, e direi quasi da ‘campanilista’, per Cefalù, se non fosse che il suo autore sia stato un cittadino britannico: “L’isola possiede […] due capolavori di architettura che, visti sia da lontano, sia da vicino, hanno il potere di mozzare il fiato a chi li guarda. Il primo è il tempio greco di Segesta […]. Il secondo capolavoro architettonico si trova a Cefalù, ed è unico nel suo genere. […]”. “Ma il grande miracolo di Cefalù non è ancora rivelato […]. È il Pantocratore, il dominatore di ogni cosa […]. Nulla si sa del maestro che lo eseguì ma, presumibilmente, egli fu fatto venire da Costantinopoli dallo stesso Ruggero e indubbiamente si trattava di un genio. A Cefalù costui eseguì la più sublime rappresentazione del Pantocratore e forse del Cristo, che, sotto qualsiasi aspetto, sia mai stata realizzata nell’arte cristiana […].
Questi passi, con il loro entusiastico riferirsi al Duomo di Cefalù, li ho voluti leggere quasi a sottolineare il fatto, se mai ce ne fosse bisogno, che la Cattedrale e il suo fondatore sono patrimonio di tutti, sono patrimonio dell’umanità.
29.02.2020
Giuseppe Saja

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