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RICORDO DELL’ARTISTA E DELLO STUDIOSO

Nico Marino, l’etnografo
che univa ironia e ricerca

Non ascolteremo più le dotte divagazioni di Nico Marino sui personaggi antichi, i vecchi conventi e le pietre di Cefalù, né riemergeranno più dai suoi discorsi gli echi dell’ironia di quando si esibiva con i Cavernicoli.
Nelle rievocazioni (che sempre si sogliono fare dopo la morte di persone di valore) Nico è ricordato o per la sua genialità cabarettistica o per le sue ricerche storiche. Credo che tra questi suoi due momenti non vi sia stata separazione: la giovanile indagine sugli aspetti più evidenti dell’animo popolare, resi in chiave teatrale, a poco a poco gli hanno richiesto indagini sempre più approfondite verso le radici dell’essere secolare d’una comunità siciliana come quella di Cefalù.
È nato cosi il ricercatore storico, attento e puntuale, che tuttavia non ha rinnegato l’attore perché l’uno aspetto è risultato strumentale rispetto all’altro; e, fusi i due punti di vista, potremmo ora dire che Nico Marino è stato in effetti un etnografo di Cefalù.

Ho conosciuto Nico quando era un bambino e villeggiava con i suoi genitori nelle casette del convento di Gibilmanna, ma l’ho “studiato” soltanto da pochi anni, incuriosito da questa figura di artista teatrale, osservatore ironico, evolutosi poi in serio ricercatore di storia. Man mano che ne approfondivo il carattere, ne apprezzavo lo spessore e mi affezionavo a lui.
Ricordo che, quando lavoravo al mio libro sulla storia della Fondazione Mandralisca, sapendo che solitamente gli studiosi sono gelosi dei campi di indagine in cui lavorano (lui sul Barone Mandralisca ha fatto importanti pubblicazioni), gli chiesi, in maniera diretta, quasi per sciogliere un mio pregiudizio e rompere ogni possibile diaframma tra noi, se fosse sotto questo aspetto permaloso. Mi rispose in maniera molto graziosa che non era affatto né permaloso né geloso; quindi fu tra i presentatori del mio libro: da quel momento, credo, ci siamo aperti alla confidenza.

Quando nei mesi scorsi indagavo sugli affreschi della chiesetta dei santi Cosimo e Damiano gli chiesi la cortesia di approfondire le notizie storiche che avevo raccolto, scrivendone poi su La Voce, in cui era stato pubblicato un mio primo articolo sull’argomento, in modo che avrei poi potuto citarlo come fonte nel libro in preparazione sulle edicole e cappelle di Gibilmanna. Egli scrisse con la solita ricchezza di particolari e puntualità di riferimenti documentari.

Mi resta negli occhi (e nel cuore!) che al termine della presentazione del libro, alla fine di luglio, mentre tutti accennavano a lasciare la sala, volle, quasi fermando il pubblico, dire qualche cosa di gentile verso di me per avere affrontato il tema di quelle piccole costruzioni. Sapendolo più giovane di me, gli dissi allora scherzando se pensasse che, dopo la mia morte, avrei tutto sommato meritato qualcuno dei suoi discorsetti per i miei modesti contributi alla ricostruzione del tempo passato di Cefalù. Mi rispose con un amabile ed amaro sorriso... ma non pensai che le parti si sarebbero da lì a breve invertite: perché non sapevo della sua malattia.

Tra poco avremmo fatto la solita cena di autunno tra alcune persone più attente ai fatti culturali di Cefalù ed includevamo Nico tra gli invitati; invece ... pacem aeternam dona ei Domine ... Riposa in pace, caro Nico!
20.10.2010
Giuseppe Palmeri

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